USA anni Trenta, ‘il decennio rosso’?

Usa, anni Trenta.

Ok, siamo nella Grande Depressione.

Certo, la situazione generale è drammatica, ma c’è chi pensa – due pezzi da novanta: Henry Ford e Andrew Mellon! – che, alla fin fine, quel che è accaduto e va accadendo sia un bene, “complessivamente, una cosa sana” perché “ha eliminato ed eliminerà il marcio” dal sistema economico.

E gli intellettuali, la gran parte degli intellettuali americani collocati a sinistra sulle rive socialiste o addirittura comuniste, sostenitori di improbabili candidati a White House quali ad esempio, nel 1932, William Zebulon Foster?

Vedevano nella Depressione la conferma di una loro, in qualche modo comune, previsione: il Paese andava da tempo rivoluzionato nei suoi assetti politico/economici e la crisi doveva servire appunto a concretizzare tale rivoluzione.

Il crollo di Wall Street e le terribili difficoltà della nazione intera mettevano in luce il fallimento del capitalismo, l’inconsistenza dell’etica individualistica e della imprenditorialità, l’incapacità della politica così come strutturata e organizzata di affrontare e risolvere i problemi.

Mentre i citati Ford e Mellon credevano che il capitalismo, da quelle ceneri, potesse, anzi dovesse, risorgere più forte di prima, gli intellettuali ‘sinistri’ (auspicavano un) operavano concettualmente per un ordine sociale assolutamente diverso.

Richiamandosi al vecchio Henry Adams che verso la fine dell’Ottocento aveva guardato al passato in cerca di ispirazione, argomentarono del Medio Evo come di un periodo “in cui esisteva una comunità organica fondata su rapporti sociali fissi ma armoniosi, e permeata da una appassionata fede religiosa”(Michael Parrish: ‘L’età dell’ansia’, la Bibbia per chi voglia davvero conoscere tutto, direi tutto, degli Stati Uniti dal 1920 all’entrata in guerra conseguente all’attacco nipponico di Pearl Harbor, e, quanto al supposto ‘decennio rosso’, una fonte inesauribile di argomentazioni e notizie).

Ed ecco che su tali basi, uomini di destra conservatori, cattolici e classicisti quali il poeta T. S. Eliot e i critici Irving Babbitt e Paul Elmer More parlavano a favore di un antimodernismo che trovò la propria rappresentazione intellettuale in un manifesto a favore del regionalismo, del ‘vecchio Sud’ come idealizzato, di un ‘agrarianismo’ socievole, armonico la cui vita ideale era da contrapporre al caos e alla inutilità della vita come allora vissuta nel Paese.

Fra i molti sostenitori di tale utopia, Robert Penn Warren, altresì tra i fondatori del ‘New criticism’, più volte in seguito Premio Pulitzer e autore, fra l’altro del romanzo ‘Tutti gli uomini del re’, una biografia del ‘kingfish’ Huey Long dalla quale Robert Rossen ricaverà nel 1949 il bel film omonimo interpretato da un ottimo Broderick Crawford che per quella personalizzazione del grande demagogo della Louisiana vincerà l’Oscar.

Mauro della Porta Raffo