Ripetere l’esito elettorale del 1824? A quale fine? Quando?

Allora, è dopo la ratifica del XII Emendamento datato 1804 (le cui articolazioni come definite il 15 giugno, trovano applicazione già nelle votazioni che hanno luogo tra il 2 novembre e il 5 dicembre seguenti) che si consolida come segue il Sistema Elettorale cosiddetto Presidenziale (ovviamente, non quello per la nomination dei candidati partitici alla Executive Mansion che avrà ed ha successive espressioni ed elaborazioni):
– 1) presentazione da parte dei movimenti politici di un ticket che propone un aspirante alla Presidenza e uno al Ruolo Vicario
– 2) nomina Stato per Stato su base sostanzialmente proporzionale al numero degli abitanti dello stesso di delegati ad un Collegio di Grandi Elettori appositamente alla bisogna istituito e operante
– 3) necessità che la conseguente votazione del Collegio veda certificare l’esistenza di una maggioranza assoluta dei Grandi Elettori medesimi
– 4) nella ipotesi in cui ciò non accada, trasferimento della competenza quanto alla nomina del Presidente alla Camera dei Rappresentanti, a propria volta appena eletta, che entra in carica nell‘anno successivo a quello elettorale
– 5) in tale ambito, votazione non da parte dei singoli membri del consesso ma per Delegazione statale, ragione per la quale il ‘peso’ di ciascuno Stato è pari ad uno, prescindendosi a questo punto dal numero dei locali abitanti prima determinante
– 6) elezione, pertanto, del candidato il cui partito abbia la maggioranza nelle Delegazioni la qual cosa può benissimo non coincidere con la prevalenza nell’ambito della Camera stessa
– 7) scelta limitata ai primi tre candidati per Grandi Elettori
– 8) entrata in carica con la cerimonia dell’Insediamento
e relativo Giuramento nell’ora e nel giorno determinati (dal 1937, al mezzogiorno di Washington del 20 gennaio dell’anno successivo a quello elettorale).

Orbene, storicamente (essendo altro – per via delle carenze alle quali si è ovviato, come detto, nel 1804, il meccanismo – quanto occorso nell’anno
1800 tra Thomas Jefferson e Aaron Burr, argomento dal sottoscritto ampiamente trattato altrove), è nel 1824 che l’eventualità estrema si concretizza.
Quattro nella circostanza e tutti dello stesso partito Democratico/Repubblicano (una coincidenza peraltro incidente!) i candidati, nelle urne aperte tra il 26 ottobre e l’1 dicembre, nessuno appunto tra loro ‘cattura’ il numero di Grandi Elettori occorrenti alla maggioranza (centotrentuno, essendo allora duecentosessantuno gli eligendi).
Primo, anche per quanto riguarda i voti popolari ottenuti (e ben sappiamo che questo conti poco o niente nel concreto e molto sul piano emozionale),
il Generale Andrew Jackson con novantanove ‘suoi’ Delegati.
Secondo
John Quincy Adams con ottantaquattro.
Terzo
William Crawford con quarantuno.
Quarto Henry Clay con trentasette.

Come detto, votazione riguardante i primi tre ed elezione di John Quincy a danno di Jackson che ebbe buon gioco a denunciare un patto tra Adams e Clay, il quale in cambio dell’appoggio dato, fu nei quattro anni seguenti Segretario di Stato.
(Conseguenze eccezionali, contrapposizioni feroci, disgregazione del partito fino a quel momento dominante e sostanziale nascita nel 1828 del Partito Democratico, tutt’oggi spesso determinante).

Orbene nuovamente, nel 1836, il non da molto fondato (in opposizione proprio alle di lui politiche, essendo Jackson in sella) Partito Whig, non ritenendo possibile battere il candidato democratico Martin Van Buren – Vice e designato successore del Generale – in un singolo diretto confronto, lo affronta ai seggi proponendo quattro candidati ognuno dei quali bene appoggiato regionalmente nell’Unione.
L’intento è quello di impedire a Van Buren di arrivare alla maggioranza assoluta nel Collegio infinite volte qui citato e di portare a White House uno dei suoi attraverso l’illustrata votazione camerale.
La manovra fallisce perché Van Buren ce la fa.
(Quattro anni dopo, nominando solamente William Harrison, i Whigs vinceranno, ma questa è un’altra storia).

Orbene una terza volta.
Il tentativo illustrato può essere fatto non solo, utopisticamente è visto, per cercare una vittoria alternativa.
Più razionalmente, da un terzo partito ad hoc costituito o da un indipendente che pensino, conquistando un numero di Grandi Elettori che sottratti al totale rendano impossibile ai candidati il raggiungimento del quorum, di potere, successivamente, proprio in sede camerale, contrattare un a quel punto decisivo appoggio per la Casa Bianca in cambio di loro idee o confacenti, specifiche disposizioni programmatiche.

Così intesero – guardando al Novecento e piu o meno dignitosamente fallendo – la propria candidatura certamente, tra i riformatori, almeno:
Robert La Follette nel 1924,
Henry Wallace nel 1948
John Anderson nel 1980
Jesse Jackson nel 1984 e soprattutto nel 1988.
Tra i conservatori (in concreto, segregazionisti), J. Strom Thurmond nel 1948 e
George Wallace nel 1968 (il più vicino al colpo, con cinque Stati catturati).
Differenti, la grande avventura del 1912 di Teddy Roosevelt, l’ultimo ‘terzo’ che correva per vincere.
E quelle, difficilmente ideologicamente qualificabili, di Ross Perot nel 1992 e quattro anni dopo.

Nota bene.
Per la comunque necessaria completezza dell’informazione, nell’ipotesi in cui – è capitato nel 1836 – a non raggiungere il canone in Collegio fosse il candidato alla Vicepresidenza, l’incombenza passerebbe al Senato, laddove però voterebbero i singoli componenti non essendo concepibile colà una espressione per Delegazione.