Parlava forse – come molti vorrebbero – in anni lontani, Charles Dickens, anticipando i tempi, di Donald Trump?

Trentenne e già famoso, nel 1842, Charles Dickens effettua un lungo viaggio negli Stati Uniti d’America.
Incontra tra l’altro il Presidente John Tyler che descrive “in qualche modo esausto e ansioso con buona ragione essendo in guerra con tutti”.
Il grande narratore inglese in quel di Washington è particolarmente interessato al funzionamento del Congresso e presenzia a molte delle sue sedute prendendo appunti.
Trova il Senato “dignitoso e decoroso” e “condotte con molta serietà e ordine” le riunioni.
Ha invece davvero parecchio a ridire della Camera dei Rappresentanti (ne definisce i componenti quali “vigliacchi, meschini, testardi, abbietti”) le cui riunioni descrive come “la più vile perversione della virtuosa macchina politica mai azionata dai peggiori strumenti”.
Come ricorda Jill Lepore in ‘Queste verità’ e viene troppe volte dimenticato, è quello tra il 1830 e il 1860 uno dei momenti peggiori quanto alla consistenza (all’ordine del giorno scontri violenti tra i parlamentari, mischie in aula, risse e scazzottate) della classe politica americana.
Non pochi, oggi – non io, ritenendo molto più articolato, complesso e degno di maturazione il tema e in fondo superficiale farlo – userebbero con riferimento a Donald Trump le frasi con le quali il grande romanziere conclude le sue note in proposito:
“L’obiettivo di questi uomini… è rendere la contesa politica così violenta e brutale e così distruttiva dell’amor proprio delle persone degne che gli individui sensibili e dalle menti raffinate saranno tenuti a distanza ed essi, e quelli come loro, saranno lasciati a combattere per i loro egoistici interessi senza controllo”.