Monroe, James

Ultimo dei ‘Founding Fathers’ arrivati alla Presidenza.
Ultimo Capo dello Stato partecipante alla Rivoluzione.
Già Senatore, Governatore, Ambasciatore, Segretario di Stato e della Guerra.
Legislatore.
Aveva James Monroe – è di lui che si parla – solo un ultimo scalino da superare: arrivare alla Presidenza.
Cosa che fece vincendo le elezioni del 1816.
Iniziate l’1 novembre, le votazioni per la nomina dei Grandi Elettori finirono il 4 dicembre.
Avversario Rufus King (l’ultimo candidato proposto dal Partito Federalista prima della dissoluzione), Senatore per il New York, sconfitto per sedici Stati a tre e per centoottantatre futuri membri del Collegio Elettorale a trentaquattro.
In carica dal 4 marzo 1817, Monroe lascerà solo il 4 marzo 1825 essendo stato protagonista nella tornata del 1820 di una vittoria teoricamente al cento per cento avendo conquistato – tra l’1 novembre e il 6 dicembre – senza opposizione tutti i Grandi Elettori in palio.
Fu – si disse – per evitare che fosse eletto all’unanimità come il Generale George Washington – non poteva essere – che un delegato nazionale espresse in sede di Collegio preferenza per John Quincy Adams, Segretario di Stato e futuro Presidente.
Da notare che nella circostanza solo quindici dei ventiquattro Stati chiamarono al voto il popolo.
Gli altri scelsero i Grandi Elettori attraverso i loro organi legislativi.
Tornando al suffragio per J. Q. Adams, fu espresso da un Grande Elettore del New Hampshire di nome William Plumer, già Senatore e Governatore del suo Stato.
Al di là della ricostruzione da leggenda (evitare l’unanimità) pare si sia così espresso in quanto considerava Monroe invero un mediocre.
L’unico a pensarla così.