La campagna elettorale USA del 1968

Novembre 1967, il generale William Childs Westmoreland, capo delle truppe americane impegnate in Vietnam, dichiara: “Le speranze del nemico sono alla fine”.

Il presidente Johnson, convinto che in effetti le sorti del conflitto che, per le proteste e le opposizioni in essere, dilania internamente gli USA volgano a favore, si appresta a correre primarie e caucus in programma nel 1968 in vista delle elezioni novembrine.

Il XXII emendamento non lo riguarda avendo egli sostituito John Kennedy nella seconda parte del suo mandato *.

Gli si contrappone da subito il leader dei pacifisti democratici, il già deputato e all’epoca senatore Eugene McCarthy.

Due imprevisti fermano la apparentemente facile cavalcata del presidente in carica verso la nuova nomination.

Nella notte tra il 30 e il 31 gennaio 1968, in coincidenza con il loro capodanno, i vietnamiti sferrano una feroce e dinamica offensiva, denominata ‘del Tet’ (così nella loro lingua si chiama appunto il capodanno).

L’attacco dimostra che la guerra, lungi dall’essere agli sgoccioli, può continuare per chissà quanto tempo.

Ancora il 31 gennaio, i risultati della importante primaria del New Hampshire vedono il pur vincente Johnson inaspettatamente insidiato da McCarthy.

Così stando le cose, ritenendo necessario seguire l’andamento del conflitto in Indocina con grande attenzione e tenendo altresì conto del fatto che i sondaggi lo danno in pericolo nel prosieguo delle primarie e nei caucus, Johnson annuncia il ritiro dalla competizione elettorale.

Siederà a White House fino al termine del mandato – 20 gennaio 1969 – e non un minuto di più.

La svolta induce Robert Kennedy, fino a quel momento decisamente riluttante, a scendere nell’agone

Altrettanto, sia pure ancora più tardi tanto da partecipare ben poco alle primarie, fa il vice di Johnson, Hubert Humphrey.

Il 6 giugno 1968, Bobby prevale di misura su McCarthy nella importantissima consultazione elettorale della California.

Robert Kennedy

Dopo di che, muore sotto i colpi di un arabo, Shiran Bishara Shiran, che lo ritiene troppo vicino alle posizioni di Israele.

Solo in corsa, il senatore McCarthy perde smalto e non riesce a conquistare di lì in poi un numero sufficiente di delegati, tale che gli consenta di ottenere la nomination democratica.

La successiva convention ha luogo a Chicago nel mese di agosto.

Nel mentre, all’esterno, la polizia carica ferocemente i pacifisti accorsi nell’intento di condizionarne i lavori, i convenuti scelgono proprio Hubert Humphrey, scelta che, anche in considerazione del fatto che il vice presidente era favorevole al conflitto asiatico, provoca dissensi e contrapposizioni non da poco nell’elettorato.

Nel frattempo, in quel di Miami, i repubblicani si pronunciano incredibilmente per Richard Nixon – che sembrava uscito dalla politica dopo la sconfitta contro Kennedy del 1960 e quella ancora più bruciante del 1962 per il governatorato della California.

Al fianco del resuscitato Nixon, a comporre il ticket, Spiro Agnew, un conservatore del Maryland.

Le divisioni democratiche e il clima anche in merito alle sempre importantissime questioni razziali, in specie riguardo al segregazionismo ancora in opera nel Sud governato da esponenti della destra conservatrice del partito dell’asino, sfociarono nella nascita di un terzo partito ‘indipendente’ che concede la nomination al combattivo boss dell’Alabama George Wallace.

E’ intenzione di Wallace raccogliere un numero tale di delegati da impedire l’elezione – che si ottiene avendo almeno il voto del cinquanta per cento più uno dei voti elettorali – dei candidati dei due partiti principali e di far sì che la scelta passi, come determinato dal XII emendamento del 1804, alla camera dei rappresentanti.

(Per inciso, l’ultima volta nella quale tale caso si è verificato risale addirittura nel 1824, allorquando a White House approdò John Quincy Adams ai danni di Andrew Jackson. Si veda sull’argomento quanto da me vergato).

Alla fine – come in effetti rilevato dai sondaggi – Humphrey, partito come sconfitto senza rimedio, si avvicinò molto a Nixon in termini di voto popolare.

Perse per all’incirca solo mezzo milioni di suffragi su base nazionale.

Ciò non pertanto, il repubblicano prevalse nettamente in termini di delegati: trecentouno a centonovantuno.

Wallace, sia pure in parte e forse handicappato dalla presenza al suo fianco del generale Curtis Le May – un guerrafondaio che sosteneva che in Vietnam si poteva vincere buttando un numero tale di bombe da ricondurre l’intero Paese asiatico all’età della pietra – fece benissimo.

Quasi dieci milioni di voti popolari, cinque Stati del Sud, quarantasei delegati: il miglior risultato di un ‘terzo’ dai tempi, 1924, di Robert La Follette.

In sella, quindi, dal successivo 20 gennaio 1969, Richard Nixon, l’unico inquilino di White House dimissionario.

Una grande storia da raccontare, la sua.

 

*Il limite di due mandati anche non consecutivi vale per i presidenti.

I vice presidenti subentrati e dipoi eletti in proprio per un quadriennio, come Johnson, non possono ripresentarsi per un nuovo mandato se al momento del loro subentro mancavano oltre due anni al termine del quadriennio del predecessore.

In caso contrario – e Johnson era succeduto il 22 novembre 1963 quando la presidenza Kennedy aveva già superato il termine della metà del mandato – gli è consentito chiedere una nuova nomination ed essere eventualmente rieletti.

NB.

Nel 2006, il regista americano Emilio Estevez, figlio dell’attore Martin Sheen e fratello di Charlie Sheen, trattò del giorno della morte di Robert Kennedy nel film corale ‘Bobby’.

Mauro della Porta Raffo