‘Il tradimento di Doris Day’

(come oggi, per mia necessità, in non pochi ‘luoghi’ rivisitato).

di Mauro Maria Romano
della Porta Rodiani Carrara Raffo

Mauro della Porta Raffo,
in quanto Presidente onorario della Fondazione Italia USA

Ecco, di seguito – per quanto mi riguarda con riferimento alla formazione in questo particolare ambito, certamente per impulso e vita familiare, ricevuta – a proposito del mitico e apparentemente (almeno fino a non poi molti anni fa) immarcescibile ‘American Dream’ – con molte parole e concetti invero oggi, rileggendomi, sentendolo un gradito obbligo (?!), aggiunti – quel che ebbi a scrivere appunto sotto il titolo
‘Il tradimento di Doris Day’
a fine novembre 2004 per il mensile di lingua inglese ‘The American’ che si pubblicava allora a Roma.
Parole, concetti nei quali, guardando in particolare alla conclusiva ‘nuova’ dichiarazione d’amore, oggi, mi riconosco a fatica, a fronte di una America – e come non ricordare qui quanto scrisse Margaret Thatcher, da par Suo, raffrontando e distinguendo:
“L’America è un prodotto della Filosofia.
L’Europa è un prodotto della Storia” –
sempre meno ‘Americana’ e sempre più ‘Europea’.

“Nato nel 1944, ho vissuto nel buio accogliente e fumoso delle sale cinematografiche insieme a uno stuolo di coetanei o pressappoco (la televisione, fortunatamente, almeno fino al 1954, non c’era ed impiegò tempo a diffondersi, i cinema erano strapieni e quando – come occorreva negli intervalli, aperte le volte per cambiare l’aria – il fumo delle infinite sigarette si levava in cielo, apparivano ai passanti quasi vulcani vicini all’eruzione) una buona parte della fanciullezza.
All’epoca, i film imperdibili per un giovincello mio pari erano i Western e le Commedie Americane ‘alla Doris Day’.
Mi sono così ‘costruito’ – operarono in modo gli States che mi ‘costruissi’ per ragioni ideologiche, politiche ed economiche per loro del tutto, nella temperie, nei frangenti, ‘giuste’ – nella mente un Paese ideale laddove, in pieno Ottocento, nel Texas o in Arizona, i bravi cowboys – naturalmente anche buoni, belli e coraggiosi – vincevano sempre (se tutto sembrava volgere al peggio, ecco arrivare al galoppo la Cavalleria) e nel quale, quasi un secolo dopo, a New York, a Los Angeles o a San Francisco, dolci e carinissime Signore – eleganti, cinguettanti e felici – vivevano in quartieri e case invidiabili una vita da favola circondate come erano dall’amore di un maritino fra l’altro dotato di automobili gigantesche, dall’affetto di figli biondi e floridi spesso sguazzanti in piscina, da mille elettrodomestici allora sconosciuti in Italia.
Si restava a bocca aperta nel vedere appunto Doris Day che usava l’aspirapolvere, la lavatrice o il frigorifero con assoluta naturalezza, quando, per dire, da noi, il ghiaccio veniva consegnato a barre e conservato con difficoltà in ghiacciaie naturali semi sotterranee.
Ecco, insieme al fatto che gli Americani ci avevano liberato (ma questo riguardava poco noi giovinetti dato che della cosa eravamo a conoscenza in rada schiera), il perché dell’America del Sogno che ha dominato le menti di quanti – non invece nutriti di Antiamericanismo per questioni ideologiche familiari come i Comunisti – crescevano in Italia nella seconda metà degli anni Quaranta ed anche al di là del primo quinquennio dei Cinquanta.
Capita, però, che alcuni (ed io tra loro) – forse avvertendo una lacuna – comincino presto a leggere quasi con bramosia Ernest Hemingway, James Cain, Erskine Caldwell, volendo Francis Scott Fitzgerald, John Dos Passos, Sinclair Lewis e, soprattutto, per quel che riguarda la squallida e deprimente e duramente lottata vita ‘vera’ dei centri e delle periferie delle città californiane o comunque collocate ad Ovest, Dashiell Hammett e, meno aspro secondo carattere nel tratto, Raymond Chandler.
E quel John Steinbeck, capace di affreschi – a rappresentare la torturata dalla siccità, dal Capitale e dal dolore ‘Bible Belt’, a partire dal ‘Profondo Sud’ e dai ‘Poveri Bianchi’, da abbandonare – inimitabili.
E, immediatamente dopo, gli antesignani della ‘Beat Generation’, da Jack Kerouac ad Allen Ginsberg.
E si rendano in tal modo conto che c’è ‘anche’ un’altra America, che la dominante Hollywood ha volutamente – impegnata nella propaganda e a tal fine altresì benissimo rifornita – nascosto.
Una qualche non da poco delusione, ma, almeno per quanto m’attiene, la nascita di un novello amore indirizzato ad un Paese rivelatosi pieno di contraddizioni (e non aveva forse vergato
“Ci sono contraddizioni in me? Certo, sono immenso.
Contengo moltitudini!”
Walt Whitman?), ma ricco oltre ogni dire di fermenti culturali.
Talmente dovizioso da questo punto di vista da fornire agli Antiamericani materia per nutrire la loro avversione, in qualche non raro caso (si leggano le pagine di Irwin Shaw nel capo d’opera ‘La guerra di Archer’) sfociante in purissimo odio.
Chi mai, infatti, è stato altrettanto duramente critico nei riguardi di una America, alla quale idealmente chiedeva, dalla quale attendeva molto di più, dei radicali della Sinistra statunitense e di gran parte degli scrittori or ora elencati?
Ecco, alla fine, io e moltissimi altri siamo rimasti, restiamo infine ancora, ‘Americani’ malgrado John Wayne, in mille e mille pellicole, Alan Ladd soprattutto nel mitico ‘Il cavaliere della valle solitaria’, e la commediante Doris Day ci abbiano in qualche modo ‘tradito’ – volutamente o meno ingannato – raccontandoci di un Paese da leggenda o da favola per il vero, se non totalmente inesistente, artefatto.
Restiamo ‘Americani’ perché amiamo, sì quell’immenso crogiuolo di differenti e contraddittorie culture, ma soprattutto la Democraticità di fondo e le Istituzioni – ideate e scolpite dai ‘Founding Fathers’, James Madison su tutti, e dipoi giuridicamente incardinate da John Marshall, durante il fortunatamente lungo suo mandato di Chief della Corte Suprema – capaci come sono di funzionare e garantire, trascorsi ben oltre due secoli!