George Herbert Bush, ovvero perdere essendo in politica estera il migliore

Vado rileggendo ‘Cina’ di Henry Kissinger.
Nell’argomentato capitolo dedicato a Piazza Tienanmen, ecco stagliarsi la figura di altissimo profilo, di lunga esperienza e davvero grandi specifiche capacità dell’allora Presidente George Herbert Bush.
Si comporta nella difficile circostanza il detto nel modo migliore possibile concedendo a Deng Xiaoping quanto necessario per mantenere comunque in essere l’allora diciassettenne rapporto con Pechino.
Afferma e comunque contemporaneamente e idealmente impone i principi di democrazia sui quali sono stati fondati gli Stati Uniti che “sono valori che determinano il modo nel quale gli Americani giudicano e reagiscono agli eventi che accadono negli altri Paesi”.
Riesce ad essere fermo ed elegante, flessibile e severo contemporaneamente.
Accadrà ciò malgrado colà – e come altrimenti avrebbe potuto concludersi quel mano, mano sempre più inevitabile disastro? – quanto purtroppo bene conosciamo.
Vedemmo all’opera – di certo non soltanto in quella circostanza – il migliore Presidente USA d’ogni tempo in politica estera.
Esserlo non lo salverà.
Nel novembre del 1992, dopo che, finita a febbraio dell’anno precedente in modo assolutamente favorevole altresì la ‘Guerra del Golfo’, il suo indice di popolarità e consenso era arrivato ad un mai visto ottantanove per cento, sarà sconfitto da un simpatico e periferico giovanotto dell’Arkansas di nome Bill Clinton, sostanzialmente impreparato a tutto, al quale darà una decisiva mano un ‘terzo’ indipendente e miliardario, Ross Perot, spuntato fuori dal nulla.
Così va il mondo.