Fenomenologia del Presidente degli Stati Uniti d’America. Da George Washington a George Clooney

Premessa.
Di tutta necessità, non essendo possibile in relativamente poche righe esporre compiutamente – nei particolari e contestualizzando come sarebbe corretto – ogni aspetto delle situazioni storiche delle quali nei testi che seguono tratta, il sottoscritto non può che usare nella esposizione dovute semplificazioni il più possibile delle volte, si augura, non eccessivamente brutali.

Presidenza di Lyndon Johnson in corso.
Ha vinto – sul repubblicano Barry Goldwater – ‘a valanga’ il successore di John Kennedy le elezioni nel 1964.
Ricevuta quale non ricercata eredità (era escluso dalle decisioni fondamentali in merito) dal predecessore la ‘patata bollente’ vietnamita, dando mano e spazio alle argomentazioni in merito degli altrettanto ereditati collaboratori e comandanti militari, a partire dalla assunzione dell’incarico (fine 1963), contro le proprie convinzioni, si è lasciato vie più coinvolgere.
Continuo l’intervento e sempre più massiccio pertanto l’invio di truppe.
È Johnson in particolare dilaniato dal dover constatare che la guerra ostacola e mette in secondo piano l’azione profondamente riformatrice, quanto ai Diritti Civili e ai rapporti con le minoranze, che va portando avanti.
Trasformatosi il conflitto in una drammatica e da molti punti di vista, moralmente ben più che militarmente, insostenibile tragedia, un quotidiano nuovaiorchese pubblica una significativa vignetta nella quale si vede il Presidente nell’atto di specchiarsi.
L’immagine che la superficie rimanda è però quella di Goldwater, la cui politica guerrafondaia – suggerisce e indica – invece della propria, aveva adottato.
È così – segnato dal fallimento nel Sud Est Asiatico – che il più ‘grande’ e concreto riformatore tra i Capi dello Stato USA quanto alle azioni e ai provvedimenti sul piano del Diritti Civili e Sociali non si ricandida nel 1968.

Decisivo, determinante l’intervento della Corte Suprema.
Arrivato difatti al voto dopo una campagna elettorale – nel 2000 – combattutissima, prevalendo tra i Grandi Elettori e soccombendo quanto al suffragio nazionale (non accadeva addirittura dal 1876!), George Walker Bush si insedia ed esercita il mandato con relativi problemi dal 20 gennaio 2001.
Tra i massimi impegni assunti nella vicenda che lo ha visto contrapposto al Vice Presidente democratico in carica Al Gore, a livello internazionale, una qualche minore attenzione nei confronti dell’Europa e del Medio Oriente e, di contro, un considerato maggiore riguardo alla Cina, all’Oriente in genere e ai rapporti con i vicini Messico e Canada.
Un, volendo esagerare, ‘neo isolazionismo insorgente’?
Non lo sapremo mai, dato che meno di otto mesi dopo la sua entrata in carica cade l’11 settembre e nulla potrà essere più come prima.
Un Presidente nelle premesse e promesse intenzionato a curare in specie la politica interna con i suoi problemi sociali di lì in poi sarà impegnato quasi esclusivamente sul piano bellico passando alla storia spicciola – che velocemente inquadra con superficialità e, in non pochi casi, negativi intenti – in buona sostanza come un guerrafondaio.

“Esiste una particolare Provvidenza Divina che soccorre i bambini, gli ubriachi, i pazzi e gli Stati Uniti d’America!”
Così, in tempi lontani e incredibilmente non contando allora la storia USA altro che pressappoco un secolo, Otto von Bismarck-Shoenhausen.
Che in tal modo effettivamente stiano le cose è fra l’altro dimostrato al di là di ogni dubbio dalla ‘maniera’ nella quale i quattro più determinanti Presidenti sono arrivati ad esercitare il Potere Esecutivo.
Ben oltre, e si può dire contro, il volere popolare.
E valga il vero.
Thomas Jefferson prevale nelle votazioni del 1800 non tanto sull’uscente tradizionale rivale John Adams quanto sul suo compagno di partito Aaron Burr che, in vigore un sistema elettorale che non prevedeva il ticket, ottiene lo stesso numero di Grandi Elettori rendendo necessaria una serie di votazioni (trentasei i ballottaggi) solo al termine del cui espletamento, appoggiato da Alexander Hamilton, prevarrà.
Abraham Lincoln nel 1860 – primo repubblicano a farlo – conquista White House ‘sfruttando’ il sistema elettorale che gli consente di superare ‘i’ contendenti pur essendo nelle urne un ‘Presidente di minoranza’.
Il Partito Democratico difatti nell’occasione si divide e presenta due candidati i cui suffragi sommati sono superiori ai suoi (e si consideri che un ‘quarto uomo’ esponente di un movimento ‘minore’ ottiene a propria volta un risultato non trascurabile).
Come Jefferson, Lincoln governa ma è assolutamente contestabile lo faccia a seguito di un mandato dei più.
Del volere democratico, del popolo, volendo.
Le cose non migliorano – anzi, perché i due subentrano in conseguenza di attentati mortali subiti dai Presidenti dei quali sono (‘obtorto collo’ in quanto imposto dal partito, il primo, o da necessità elettorali, il secondo) Vice – con i successori di William McKinley e di John Kennedy.
Si tratta ovviamente di Theodore Roosevelt (nel 1901) e di Lyndon Johnson (nel 1963).
Si aggiunga – quanto alla ‘bismarckiana’ Provvidenza – che pressoché in tutte le altre occasioni nelle quali la persona esercitante il Vicariato è subentrata ‘mortis causa’ (in un’unica situazione a seguito di dimissioni), si è dimostrata quella ‘giusta’.

Se gli Stati Uniti, scegliendo il nome da assegnare alla Capitale Federale avessero guardato non alla guida militare rivoluzionaria ma a quella ideologica, morale, dottrinaria e istituzionale, la sede di Governo e Congresso si troverebbero in una città chiamata Madison!
È soprattutto difatti James Madison quello tra i ‘Cinquanta Semidei’ (come li ha definiti Jefferson, annoverandosi giustamente tra loro) che hanno ‘pensato’ e ‘creato’ il Paese il più importante.
Infiniti i suoi determinanti e illuminanti – duraturi al punto di essere tuttora il ‘faro’ della vita politico/istituzionale americana – interventi nel ‘Federalist’, nella elaborazione della Carta Costituzionale, nella stesura del ‘Bill of Rights’, verrebbe da dire per il dovunque.
Autore altresì di alcuni dei più importanti discorsi pronunciati da George Washington – compreso sostanzialmente quello dell’Insediamento il 30 aprile 1789 – si può dire sia purtroppo invecchiato abbastanza precocemente.
Arrivato alla Presidenza in un periodo storico problematico…
In guerra con gli Inglesi che verso fine agosto 1814 (il 24) lo costrinsero a lasciare precipitosamente la Executive Mansion che dettero alle fiamme in una con il Campidoglio…
Sfidato duramente nel 1812 – quando in cerca di conferma – da una parte dissidente del suo stesso partito…
Ebbe in seguito a cadere preda di una ossessione che gli fece trascorrere gli ultimi anni febbrilmente intento a rivedere, correggere, modificare i documenti da lui scritti dubitando, temendo non fossero all’altezza dei trascorsi e ne potessero incrinare la memoria storica.
Triste il suo finale di partita.

Per quanto si conoscano non pochi dei nominativi dei ‘veri’ autori di ‘Discorsi storici’ che i Presidenti hanno nel tempo pronunciato, è solo a partire dagli anni Venti del Novecento (con Warren Harding e poi Calvin Coolidge, due repubblicani, alla Casa Bianca) che si appalesa in qualche modo ufficialmente anche nel campo politico lo ‘Speechwriter’, lo ‘Scrittore di discorsi’.
Altresì spesso ‘Spin Doctor’ (esperto, in genere, di comunicazione e uomo di indubbia cultura), il desso arriverà in non pochi momenti a rappresentare le idee e a indicare le finalità del Presidente al cui fianco opererà a tal punto sovrapponendosi da fare addirittura dubitare dell’originale matrice delle cose dette.
Se davvero rappresentassero la persona che le pronunciava.
(Lyndon Johnson ebbe a lamentarsi del fatto che uno dei suoi ‘Speechwriter’ più noti – Richard Goodwin – si attribuisse il merito di praticamente ogni espressione da lui pubblicamente usata, nel caso con ragione, essendo indubbiamente farina presidenziale la ‘Great Society’, la profonda riforma sociale e civile alla quale ardentemente operava).
‘Costruiti’ certamente secondo accertati sondaggi tesi a conoscere i tasti da battere per ottenere il consenso alcuni candidati e qualche Presidente.
Fino al punto di non farne trasparire il pensiero e gli intendimenti?
(A tale riguardo, evitando qui di fare nomi, si rimanda alla indispensabile visione dell’originale ‘Tv Movie’ del 1997 ‘The Second Civil War’, diretto da Joe Dante sulla traccia di quella che deve essere considerata la migliore sceneggiatura, di Martyn Burke, mai vergata su temi politici USA e probabilmente in generale).

Non si tratta indubbiamente di questo, ma, per analogia e riferimento, l’operazione di ‘costruzione’ più di recente messa con assoluto successo politico in atto è stata quella orchestrata dal Partito Democratico a partire dalla Convention del 2004 riguardante Barack Obama.
Individuato il ‘momento’ (quello che vedeva in buona parte diffusa la forma di inconsapevole – davvero? – razzismo che portava e porta a preferire il ‘nero’ al ‘bianco’ non in quanto migliore ma solo per ‘risarcirlo’ del colore della pelle)…
Il giusto interprete (colui che – contando sulla ignoranza e sulla smemoratezza dei più e sulla connivenza dei media, ‘dimenticando’ Shirley Chisholm e perfino Jesse Jackson – verrà presentato come “il primo Candidato Afroamericano” quando non lo era ed è perché ‘Kenyan American’ e assolutamente non discendente da schiavi, tutt’altro)…
Addirittura sconfiggendo un altro ‘feticcio’, quello della “prima Donna alla Casa Bianca”…
I democratici hanno nel 2008 e 2012 vinto.

Importanti e a volte decisivi gli interventi familiari.
Femminili, allorquando in particolare la First Lady aveva riconosciuta influenza sul coniuge.
(Non poche le Signore in grado di rappresentarsi nel ruolo nei differenti, personali, modi).
Di un padre ‘creatore’ della carriera del figlio magari per rifarsi da personali delusioni almeno in un riconosciuto caso.
Talmente ingombrante e poco accettabile la figura del genitore (insomma, Joseph) del pretendente cattolico – era allora ancora un problema l’appartenenza religiosa – alla nomination dem nel 1960 John Kennedy per l’ex Presidente Harry Truman da fargli esclamare “It’s not the Pope who worries me, it’s the pop!” (“Non è il Papa a preoccuparmi, è il papà!”)

La qual cosa, peraltro, non influì sulla buona considerazione che dello stesso Missouriano ebbe a dimostrare il Presidente della ‘Nuova Frontiera’ nel momento in cui gli fu chiesto una prima volta di classificare per capacità ed efficacia i suoi predecessori.
Lo voleva ai primi posti.
(Così come, guardando alla graduatoria, avrebbe di contro retrocesso sia Theodore Roosevelt che Woodrow Wilson).
Sollecitato dipoi dopo avere esercitato per qualche tempo il mandato ad una seconda elencazione si rifiutò asserendo che nessuno che non avesse personalmente vissuto i momenti in esame e preso le per lui, in quel contesto, conseguenti decisioni poteva arrogarsi il diritto di farlo.

Antipatia e simpatia – oltre le non da tutti superabili contrapposizioni ideali e politiche e gli odi personali (John Quincy Adams e Andrew Jackson non si potevano neppure vedere in conseguenza di quanto occorso nel 1824 quando il primo era stato scelto dalla Camera ai danni del secondo la sola volta che nel Collegio formato dai Grandi Elettori non si era formata una maggioranza) agiscono ovviamente ad ogni livello.
Nel giudizio storico, a distanza.
Nell’immediato, altrimenti.
Si pensi al fatto che l’allora non molto noto James Garfield (che sarà brevemente alla Casa Bianca nel 1881 prima di morire a seguito di un attentato) considerava il celebratissimo Lincoln “un avvocato di seconda categoria”.
E, attenzione, non pochi analisti storici concludono che Garfield sia stato una delle menti migliori della politica americana, cosa che gli fu impedito di dimostrare una volta insediato.
Che avesse ragione?

Uno dei principali ‘difetti’ di Donald Trump è senza dubbio la sua sostanziale estraneità politica.
Come nessun altro prima di lui tra gli eletti, è stato (e resta) un ‘Maverick’.
Erano così chiamati un tempo i vitelli non marchiati e pertanto senza padrone e senza guida.
Ben noto il suo ventennale peregrinare nelle liste elettorali da quelle democratiche a quelle repubblicane…
E guardando attorno al 2000 perfino al Reform Party…
Ben noto il fatto che in precedenza non avesse mai ricoperto alcuna carica elettiva…
Percepito anche dai repubblicani come un corpo estraneo e avversato nel 2016…
Isolato e preso di mira dai media e dai poteri forti che non potevano perdonargli il fatto di avere sconfitto la ‘Candidata del Destino’ Hillary Clinton…
Caratterialmente inadatto…
Iracondo e poco riflessivo…
Per di più – disdetta finale – confrontato con la Pandemia….
Per quanto incredibilmente capace di raccogliere vasto consenso in una parte del Paese (negli Stati Uniti, quasi alla ricerca di un ‘distanziamento’, democratici e repubblicani tendono a vivere in luoghi e Stati diversi)…
Era nel 2020 destinato alla sconfitta.
(Al momento – 20 gennaio 2017 – del suo insediamento, ebbi a scrivere che bene avrebbe fatto a promettere che al termine del mandato non si sarebbe fatto avanti – come a suo tempo James Polk, anche per questo bene considerato – per sollecitare una seconda Nomination, la qual cosa gli avrebbe consentito una libertà di manovra molto maggiore occupando la poltrona per poco tempo e relativamente contrastando altrui future aspirazioni interne e tra i rivali).
Quanto al suo futuro, con riferimento ai precedenti storici, poca od alcuna vera possibilità.
Nessuno tra i Presidenti defenestrati (tranne il mitico Grover Cleveland che vinse, perse e rivinse tra il 1884, il 1888 e il 1892 e Martin Van Buren che perse nel 1848 avendo cambiato partito, altro essendo e dissimile il caso di Millard Fillmore non personalmente battuto ma ritiratosi a mandato concluso per poi invano tentare quattro anni dopo) ha ottenuto spazio e sostegno tali da fargli pensare seriamente che fosse possibile un rientro.

(Ben differente invece il caso dei ‘pluricandidati’ – dei movimenti politici dominanti numerosissimi essendo quelli ricorrenti dei partiti ‘minori’ – quali Henry Clay, William Jennings Bryan, Thomas Dewey, Adlai Stevenson, proposti invano almeno a due riprese).

Sembra oggi che malgrado il trascorrere irrefrenabile del tempo e le continue trasformazioni tecniche e tecnologiche l’avvento di Joe Biden – uomo politico in verità, oltre che di un’epoca lontana, di seconda schiera e comunque, si sarebbe detto, non vincente (come si poteva constatare quando, agli inizi della campagna per la Nomination e avanti di essere sostenuto a spada tratta dall’establishment dem, seguiva terzo o quarto gli altri pretendenti) – segni un freno evolutivo.
Abbiamo bisogno di tempo per verificare – dubitandone – se così davvero sia.
Di non lasciarci ingannare dalla prospettiva che in politica assai spesso si mostra traditrice.

Mi piace qui chiudere – proprio con l’occhio al futuro americano – con un pezzo di fantapolitica (vedremo al riguardo):

“Cosa ci riserva il futuro.
George Clooney alla Casa Bianca!
Martedì 5 novembre 2024.
È il grande giorno.
George Clooney è considerato da tutti gli analisti, dai sondaggi, dagli entusiasti media, naturalmente dal pubblico ad ogni possibile livello e in ogni parte del mondo, l’atteso, certo, vincitore.
Sarà lui, ovviamente democratico e sostenuto entusiasticamente dal partito, a prevalere nelle urne, come nel voto anticipato e in quello postale (già lo si sa), sul ‘candidato d’onore’ (così va definito lo sfidante per l’incarico quando – come nella circostanza – destinato alla sconfitta e scelto tra le vecchie glorie partitiche alle quali deve comunque essere concesso un riconoscimento) repubblicano.
Ha avuto fortuna.
Lo sa e lo riconosce.
Per quanto preparati e ‘giusti’ si sia alla bisogna, per arrivare in fondo a una tanto difficile maratona in partenza riservata a ben pochi, necessita costantemente essere assistiti dalla Dea bendata.
Ricorderete l’esito delle elezioni del 2020.
La contrastatissima campagna dominata e condizionata – la sola, storicamente – dalla Pandemia.
La sconfitta (mai invero accettata) di Donald Trump.
L’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021.
Il suo secondo, e nell’esito invano, Impeachment.
Il subentro, l’insediamento giurando sulla Bibbia a fronte del Chief della Corte Suprema, alla data del
20 gennaio 2021 di Joe Biden.
La presenza accanto a questi della prima Signora eletta Vice Presidente, Kamala Harris.
Ebbene, proprio quel fermo immagine mai avrebbe potuto fare intendere, prevedere, quanto oggi accade.
Il quarantaseiesimo Presidente aveva compiuto poco dopo il voto novembrino settantotto anni – il più anziano di sempre.
Aveva, proprio in ragione di ciò, l’establishment del partito dell’Asino posto al suo fianco una persona molto più giovane sulla quale contare per ogni evenienza nel corso del quadriennio che cominciava e naturalmente in futuro.
Questo, non ipotizzando una seconda candidatura di un – a quel punto sarebbe stato – addirittura ottantaduenne.
Ricorderete che l’Amministrazione ha purtroppo visto rapidamente declinare le forze fisiche e mentali di Biden che ha correttamente pensato di dimettersi.
Rammenterete che Harris, succedendo e dipoi ottemperando alle disposizioni dell‘Emendamento che dal 1967 regola la materia, ebbe ad indicare quale Vice l’allora leader del gruppo senatoriale dem.
Ratificata la nomina dai due rami del Congresso, la situazione si prospettava quanto all’esecutivo decisamente ottimale.
Salvo che per la notevole contrapposizione interna dell’ala radicale e giovane, di derivazione Bernie Sanders, in origine soprattutto nuovaiorchese ma in deciso allargamento.
Ed ecco che, nelle Mid Term Elections del 2022 (spesso accade, ma in quella evenienza per motivi – rappresentava ancora il centro il partito? – riguardanti non solo le normali critiche dell‘opposizione) gli Asinelli vanno incontro a una vera débâcle perdendo la maggioranza alla Camera e confermando le difficoltà già in essere al Senato.
Sotto scacco Harris, del tutto devastata l’etica politico istituzionale dal continuo minacciato e reale ricorso a qualsiasi mezzo – Impeachment altresì, senza nessuna possibilità di portare a termine felicemente la procedura ma solamente a fini propagandistici – per delegittimare l’avversario, in nuova crisi economica il Paese, le concrete prospettive di un rinnovo del mandato della Presidente si palesano al lumicino.
Accade – tutti, ne conserviamo viva contezza – che, pressata dal partito, l’ex Senatrice dichiari di voler portare a termine i quattro anni e lasciare.
Si prospettava nella circostanza un ritorno ad una Amministrazione repubblicana?
Possibile.
Per annullare il pericolo della quale necessitava una candidatura in qualche modo straordinaria.
È in questo contesto che – rassegnata alla bisogna anche la citata ala radicale socialisteggiante – il partito democratico ha pensato a George Clooney.
Non era (è) d’altronde una ben nota risorsa del movimento il regista, attore, produttore e chi più ne ha più ne metta, hollywoodiano?
Non difficile convincerlo.
Non si stava preparando a tal fine invero da molto tempo?
L’età era (è) quella giusta: sessantatre anni.
Travolgente, la cavalcata Caucus/Primarie.
Colta come un frutto dal ramo la nomination.
Trionfale la Convention.
Una passeggiata i tre confronti televisivi nei quali, come Ronald Reagan ma con differente tonalità, ha sbaragliato il contendente.
E, come detto in prima riga, eccoci.
Si tratta oggi solo di vedere quanti dei cinquecentotrentotto membri del Collegio gli apparterranno.
Sappiamo benissimo il successivo percorso.
Il primo lunedì dopo il secondo mercoledì di dicembre – il 16 quindi – sarà eletto.
Il 6 gennaio 2025 la sua nomina ratificata dal nuovo Congresso.
Il 20 gennaio alle 12, ora di Washington, entrerà in carica.
Che Presidente sarà?”

Testo vergato in Varese nel giorno dedicato dalla Chiesa a Santa Giovita Martire.
Cadono le indicate ventiquattro ore nel febbraio dell’Anno Secondo della Pandemia.