Come (al di là dell’ovvio) il Covid ha cambiato e indirizzato la campagna elettorale

Febbraio 2020 (qualcuno si ricorda di febbraio?)
La campagna elettorale democratica comincia con un disastro.
In Iowa, terminati i Caucus, non si sa veramente chi abbia vinto e occorrono giorni perché vengano attribuiti senza nessuna certezza (Sanders contesta) i delegati.
Spunta Buttigieg e tutti lo osannano evitando di guardare alla sua consistenza.
Sanders è comunque l’unico vero, solido e molto preoccupante protagonista.
Si parla di Warren.
Di Klobuchar.
Appare alla fine per immediatamente dopo eclissarsi Bloomberg.
Si constata soprattutto senza ombra di dubbio che Biden è in declino.
Lo si era del resto già capito nei dibattiti nei quali, sotto attacco, subiva.
Insomma – dicendola tutta e il Senatore ‘socialista’ del Vermont a parte – un partito democratico in difficoltà che pare proceda alla cieca in una non definita direzione.
Ma ecco concretizzarsi (non ben percepita in precedenza) seriamente l’epidemia.
In un attimo (complice perché capitato come il cacio sui maccheroni, il South Carolina nel quale l’establishment, usando la propria ‘frusta’ della Camera Clyburn, può fortemente intervenire) i fastidiosi comprimari vengono spazzati via e il partito si arrocca.
Sceglie l’usato improvvisamente tornato sicuro perché il futuro prospetta una campagna elettorale nella quale un anziano quale Biden è può farcela.
Niente spostamenti frenetici e continui per il Paese…
Nessuna necessità di parlare in pubblico se non col contagocce, davanti alle persone ‘giuste’, ai giornalisti amici, dopo adeguata preparazione…
La lontananza, l’isolamento presentati come segni di serietà e di saggezza…
In specie, i contestatori interni – che torneranno a farsi sentire eccome – contenuti anche se non rabboniti.
L’uovo di Colombo?
Il coniglio tirato fuori dal cilindro?
Pare di sì.