Blue, Red and Swing States

Casa Bianca 2016, cominciamo a parlarne

E’ solo a partire dalle elezioni presidenziali del 1856 che i democratici e i repubblicani si confrontano puntando alla conquista della Casa Bianca.

Tramontati all’epoca gli altri movimenti politici di livello nazionale (1), il partito dell’asino (così sono chiamati i democratici) ebbe da quel momento a competere col partito dell’elefante (il repubblicano, ovviamente, altresì definito ‘Grand Old Party, da cui l’acronimo ‘GOP’, usato anche per indicarne gli esponenti), fondato nel 1854.

(In diverse circostanze si ebbero candidature proposte da terzi o perfino da quarti movimenti politici, per non parlare dei partiti minori sempre presenti e ininfluenti. Per quanti successi siano stati in grado di conseguire (2), i pretendenti messi in campo da tali terze forze non sono mai riusciti a conquistare White House.)

I confronti sono, pertanto e al momento, quaranta.

Nel periodo 1856/1932 – cioè quello riguardante i primi venti esiti – i repubblicani prevalsero quattordici volte e i democratici sei.

Nel tratto 1936/1972 – concernente i dieci confronti successivi – i democratici prevalsero sei volte e i GOP quattro.

Infine, nelle ultime dieci tornate – 1976/2012 – cinque affermazioni per parte.

In totale, quindi, ventitre campagne vinte dai repubblicani e diciassette dai democratici.

(Se si guarda ai presidenti di volta in volta in carica, i numeri cambiano visto che in molteplici occasioni al capo dello Stato eletto è subentrato il vice (3).)

 

Impossibile – ma, in conclusione, ricordando che “solo chi ha il coraggio di fare un pronostico può sbagliarlo”, mi avventurerò a trattare del tema – oggi prevedere quale dei due grandi partiti prevarrà nel 2016, stante anche il fatto che non si conoscono i candidati.

Certo è che, nell’occasione, non essendo in corsa un presidente in cerca di conferma (4), i due contendenti dovranno uscire da quel lungo e feroce confronto interno ai partiti che tutti abbiamo imparato a conoscere: primarie e caucus (5).

 

Ciò detto, una qualche indicazione è comunque possibile guardando alla consistenza elettorale, in termini di delegati, dei singoli Stati e del District of Columbia e alla loro, per così dire, ‘appartenenza’.

 

Esistono infatti e si possono con relativa certezza indicare, Stati decisamente democratici (‘Blue States’, nella terminologia visto che vengono colorati di sovente di blu sulla cartina geografica USA quando attribuiti appunto al partito dell’asino nella notte elettorale), Stati decisamente repubblicani (‘Red States’, in quanto a quel momento spesso colorati di rosso) e Stati incerti (‘Swing States’) che di volta in volta cambiano campo.

Nel definire uno Stato ‘blue’, ‘red’ o ‘swing’ occorre tenere conto non tanto della storia elettorale USA dall’indicato 1856 a oggi (6), quanto delle ultime dieci tornate, nel periodo 1976/2012.

 

Esaminerò, ora – da questo punto di vista, in ordine alfabetico e prima di concludere – tutti i cinquanta Stati e il District predetto.

 

(La distribuzione tra gli Stati del cinquecentotrentotto delegati (7) – i ‘grandi elettori’ del presidente – sarà la stessa delle elezioni 2012 essendo riferita al censimento del 2010 e pertanto la seguente:

Alabama: 9 

Alaska: 3 

Arizona: 11   

Arkansas: 6 

California: 55

Colorado: 9 

Connecticut: 7 

Delaware: 3 

District of Columbia: 3 

Florida: 29   

Georgia: 16   

Hawaii: 4 

Idaho: 4 

Illinois: 20   

Iowa: 6   

Indiana: 11 

Kansas: 6 

Kentucky: 8 

Louisiana: 8   

Maine: 4 

Maryland: 10

Massachusetts: 11 

Michigan: 16   

Minnesota: 10

Mississippi: 6

Missouri: 10   

Montana: 3 

Nebraska: 5 

Nevada: 6 

New Hampshire: 4 

New Jersey: 14   

New Mexico: 5 

New York: 29   

North Carolina: 15 

North Dakota: 3 

Ohio: 18  

Oklahoma: 7 

Oregon: 7 

Pennsylvania: 20   

Rhode Island: 4 

South Carolina: 9 

South Dakota: 3 

Tennessee: 11 

Texas: 38   

Utah: 6   

Vermont: 3 

Virginia: 13 

Washington: 12  

West Virginia: 5 

Wisconsin: 10 

Wyoming: 3)

Essendo, come detto, cinquecentotrentotto i  delegati, per vincere occorre conquistarne quantomeno duecentosettanta, ovvero la metà più uno.

 

 

(Nell’elenco che segue, gli Stati sono citati e elencati in italiano, per cui, per esempio, non North Carolina ma Carolina del Nord.)

 

Alabama, entrata nell’Unione nel 1819

Red State: a parte la tornata 1976 conseguente al Watergate, a sempre votato repubblicano.

 

Alaska, entrata nell’Unione nel 1959

Red State: dal 1976 al 2012 sempre repubblicana.

 

Arizona, entrata nell’Unione nel 1912

Red State: tranne che nel 1996 – conferma di Clinton – sempre GOP.

 

Arkansas, entrato nell’Unione nel 1836

Red State: democratico solo nel 1976 e con Clinton (1992 e 1996).

 

California, entrata nell’Unione nel 1850

Blue State: repubblicana dal 1976 al 1988, è da allora democratica.

 

Carolina del Nord, entrata nell’Unione nel 1788

Red State con qualche perplessità: a parte il lontano 1976, si è pronunciata per Obama nel 2008. Comunque, favorevole in ogni altro caso ai GOP.

 

Carolina del Sud, entrata nell’unione nel 1788

Red State: sempre repubblicana dal 1980.

 

Colorado, entrato nell’Unione nel 1876

Swing State: comunque, nelle ultime tornate democratico.

 

Connecticut, entrato nell’Unione nel 1788

Blue State: repubblicano nel 1976 e nel 1988, per il resto sempre democratico.

 

Dakota del Nord, entrato nell’Unione nel 1989

Red State: dal 1976 sempre repubblicano.

 

Dakota del Sud, entrato nell’Unione nel 1889

Red State: dal 1976 sempre GOP.

 

Delaware, entrato nell’unione nel 1787

Blue State: con Carter nel 1976, repubblicano tra il 1980 e 1988, è

dal 1992 saldamente democratico.

 

Distretto di Columbia

Blue State, anche se non si tratta di uno Stato: sempre democratico.

 

Florida, entrata nell’Unione nel 1845

Swing State: dal 1976, sei volte GOP ma nelle ultime due elezioni Democratica.

 

Georgia, entrata nell’Unione nel 1788

Red State: democratica nel 1976, nel 1980, nel 1992 e per il resto sempre repubblicana.

 

Hawaii, entrate nell’Unione nel 1959

Blue State: repubblicane solo nel 1984.

 

Idaho, entrato nell’Unione nel 1890

Red State: da sempre repubblicano.

 

Illinois, entrato nell’Unione nel 1818

Blue State: repubblicano nel 1976 e nel 1988, nelle altre occasioni sempre democratico.

 

Indiana, entrato nell’Unione nel 1816

Red State: sempre GOP ad eccezione del 2008.

 

Iowa, entrato nell’Unione nel 1846

Swing State: repubblicano tra il 1976 e il 1984, è prevalentemente ma non sempre democratico successivamente.

 

Kansas, entrato nell’Unione nel 1861

Red State: sempre GOP.

 

Kentucky, entrato nell’Unione nel 1792

Red State: democratico nel 1976 e con Clinton, per il resto sempre repubblicano.

 

Louisiana, entrata nell’Unione nel 1812

Red State: democratica nel 1976 e con Clinton, per il resto sempre GOP.

 

Maine, entrato nell’Unione nel 1820

Blue State: repubblicano fino al 1988 e dopo sempre democratico.

 

Maryland, entrato nell’Unione nel 1788

Blue State: GOP nel 1984 e nella successiva tornata e nelle restanti occasioni costantemente democratico.

 

Massachusetts, entrato nell’Unione nel 1788

Blue State: repubblicano solo con Ronald Reagan (1980,1984)

 

Michigan, entrato nell’Unione nel 1837

Blue State: GOP solo nel 1976 e con il primo Bush nel 1988.

 

Minnesota, entrato nell’Unione nel 1858

Blue State: costantemente democratico.

 

Mississippi, entrato nell’Unione nel 1817

Red State: democratico nel solo 1976.

 

Missouri, entrato nell’Unione nel 1821

Red State: con i democratici nel 1976 e ai tempi di Clinton (1992/1996) e per il resto repubblicano.

 

Montana, entrato nell’Unione nel 1889

Red State: con l’eccezione del 1992, sempre GOP

 

Nebraska, nell’Unione dal 1867

Red State: sempre GOP.

 

Nevada, entrato nell’Unione nel 1864

Swing State: repubblicano dal 1976 al 1988, democratico con Clinton, di nuovo GOP col secondo Bush e successivamente terra di conquista per Obama.

 

New Hampshire, entrato nell’Unione nel 1788

Blue State: Repubblicano fino al 1988 e poi, occasionalmente, nel 2000, si va collocando stabilmente tra gli Stati democratici.

 

New Jersey, entrato nell’Unione nel 1787

Blue State: Gop fino al 1988 e in seguito sempre democratico.

 

New York, entrato nell’Unione nel 1788

Blue State: ove si escludano le due campagne di Reagan (1980 e 1984), ogni volta democratico.

 

Nuovo Messico, entrato nell’Unione nl 1912

Blue State: da collocarsi tra gli Stati ‘blu’. Repubblicano tra il 1876 e il 1988, salvo che nel 2004, si è poi trasferito in campo avverso.

 

Ohio, entrato nell’Unione nel 1803

Swing State per antonomasia: nel secondo dopoguerra, con una sola eccezione, ha sempre votato per il candidato vittorioso. Stando al periodo in esame (1976/2012), Gop nel 1980, 1984, 1988, 2000, 2004 e democratico nel 1976, 1992, 1996, 2008 e 2012. Qualcuno sostiene che per White House basterebbe votare in Ohio senza scomodare il resto del Paese!

 

Oklahoma, entrato nell’Unione nel 1907

Red State: costantemente repubblicano.

 

Oregon, entrato nell’Unione nel 1859

Blue State: GOP tra il 1976 e il 1984, dipoi in ogni occasione democratico.

 

Pennsylvania, entrata nell’Unione nel 1787

Blue State: repubblicana con Reagan e il Bush del 1988 e per il resto democratica.

 

Rhode Island, entrato nell’Unione nel 1788

Blue State: GOP solo nel 1984.

 

Tennessee, entrato nell’Unione nel 1796

Red State: democratico solo con Carter (1976) e Clinton (1992 e 1996).

 

Texas, entrato nell’Unione nel 1845

Red State: costantemente repubblicano dal 1980.

 

Utah, entrato nell’Unione nel 1896

Red State: nel periodo dato, sempre repubblicano.

 

Vermont, entrato nell’Unione nel 1791

Blue State: GOP tra il 1976 e il 1988 è dal 1992 costantemente democratico.

 

Virginia, entrata nell’Unione nel 1788

Swing State: dal 1976 repubblicana, ha votato Obama nel 2008 e nel 2012. Si vedrà se si tratta di una tendenza.

 

Virginia Occidentale, entrata nell’Unione nel 1863

Red State di relativamente recente acquisizione: si è espressa per i GOP a partire dal 2000.

 

Washington, entrato nell’Unione nel 1889

Blue State: repubblicano fino al 1984 e dipoi sempre democratico.

 

Wisconsin, entrato nell’Unione nel 1848

Blue State: GOP solo con Ronald Reagan (1984/1988).

 

Wyoming, entrato nell’Unione nel 1890

Red State: sempre repubblicano

 

Tendenzialmente, la costa atlantica settentrionale, tutta quella pacifica e la zona dei grandi laghi votano democratico.

Ove si escludano i pochi ‘Swing States’, il resto del Paese si esprime per i repubblicani.

Ventiquattro, i ‘Red States’ probabili.

Ventuno, i ‘Blue’, sempre probabili.

Sei, gli ‘Swing’.

Duecentosei i ‘delegati’ probabilmente Gop.

Duecentocinquantuno – e ricordo che occorrono duecentosettanta ‘voti elettorali’ per vincere e che pertanto al candidato del partito dell’asino necessita poco per prevalere, in pratica anche solo catturare la Florida  – i ‘delegati’ probabilmente democratici.

 

 

 

A chiudere

Del tutto indicativamente e ricordando che in situazioni particolari e con candidati particolari (si pensi al 1976 del ‘dopo Watergate’ o alla rielezione di Reagan – nel caso, votarono contro solo il Minnesota, Stato del competitore Mondale, e il Distretto di Columbia) ogni previsione viene nei fatti stravolta.

Tenuto conto del prevalere dei voti ‘blu’ e del declino degli ‘wasp’ (white-anglosaxon-protestant) che hanno lungamente dominato la situazione.

Considerato l’inarrestabile progredire della consistenza e del voto di etnie una volta inesistenti o del tutto minoritarie, tendenzialmente portate al suffragio democratico.

Preso atto della granitica e a volte elettoralmente nociva consistenza ideologica dei GOP spesso portati a sostenere le proprie convinzioni pur sapendole contrarie ai voleri della maggioranza.

Tenuto conto della, chiamiamola così, contraria disponibilità democratica di scendere a compromessi pur di guadagnare consenso.

La previsione non può che essere favorevole al partito dell’asino, i cui esponenti, teoricamente, facendo seguito al sia pure deludentissimo Obama, dovrebbero occupare White House per non pochi anni a venire.

Quanto, specificamente, a Hillary Rodham Clinton, la prima questione da risolvere è quella concernente il suo reale stato di salute, visto che una maratona quale quella che l’attenderebbe tra primarie, caucus e, se prescelta, confronto finale, è faticosissima.

Ribadito che al momento, a parte appunto l’ipotesi Hillary tra i democratici, non si conoscono candidati ‘veri’, mi permetto un suggerimento ai GOP: l’accoppiata Condoleeezza Rice/Jeb Bush.

Una gran donna per la presidenza – nera, per quanti guardano al colore della pelle – e un GOP aperto alle istanze in particolare ispaniche.

 Mauro della Porta Raffo

Note

(1)             Federalista, Democratico-Repubblicano, Whig, Free Soil fra i principali.

(2)             Guardando sempre al periodo 1856/2012, fra tutti i cosiddetti ‘terzi candidati’, il miglior risultato in termini di conquista di delegati, ben ottantotto, è quello ottenuto nel 1912 da Theodore Roosevelt. Bene anche Robert La Follette (1924), J. Strom Thurmond (1948), George Wallace (1968). Ross Perot, in corsa nel 1992 e nel 1996, pur conseguendo percentualmente risultati di rilievo, non vinse in nessuno Stato e non catturò, quindi, nessuno ‘voto elettorale’. 

(3)             I vice presidenti subentrati mortis causa o, nel 1974, a seguito delle dimissioni del titolare: Andrew Johnson, 1865; Chester Arthur, 1881; Theodore Roosevelt, 1901; Calvin Coolidge, 1923; Harry Truman, 1945; Lyndon Johnson, 1963;  Gerald Ford, 1974.

(4)             Barack Obama il 20 gennaio 2017 porterà a compimento il suo secondo mandato. Visto il disposto del XXII Emendamento del 1951, non potrà ricandidarsi

(5)             Parlando in particolare di primarie: E’ a partire dagli ultimi anni dell’Ottocento, che negli USA si comincia a ipotizzare, trattare, discutere a proposito di un nuovo metodo da adottare per la scelta dei candidati alle cariche pubbliche elettive. Il dominio degli apparati partitici e delle segreterie, pressoché assoluto fino a quel momento, andava a detrimento, a detta di molti se non dei più, della democrazia stessa. I prescelti, difatti, appartenevano al gruppo, spessissimo se non sempre, ‘d’affari’, dominante nei partiti, localmente, statualmente o a livello nazionale. Occorreva trovare modo e maniera perché la selezione prendesse, percorresse un’altra strada. In poche parole, si sosteneva, era non solo opportuno ma indispensabile che anche in questa fase la voce, le preferenze degli elettori fossero ascoltate. Fu nel Wisconsin, agli albori del Novecento (esattamente nel 1903), che l’allora governatore di fede repubblicana Robert La Follette (sua, la cosiddetta ‘Wisconsin idea’) diede il via istituzionalizzandole alle primarie. (La Florida rivendica leggi in materia già nel 1901 ma non entrarono in vigore che dopo il citato 1903). Si trattava (si tratta), come detto, di selezionare tra più aspiranti, attraverso vere e proprie votazioni interne ai partiti interessati, quello maggiormente gradito e di proporlo di poi per la carica pubblica. Liberi gli apparati e le segreterie di appoggiare l’uno o l’altro candidato, liberi gli elettori di scegliere. Il meccanismo fu utilizzato a livello nazionale per la prima volta nel 1912 dal Gop. Nel caso, con scarsi risultati visto che, essendo pochi gli Stati nei quali si tenevano le primarie e molti quelli nei quali ancora dominavano nella scelta dei delegati (il sistema presidenziale USA prevede elezioni di secondo grado ragione per la quale, sia in vista della nomination, sia nella votazione novembrina per White House, si scelgono dei delegati che dopo eleggeranno, nel primo caso il candidato e nel secondo il presidente) alla Convention gli apparati, pur prevalendo nelle consultazioni popolari Theodore Roosevelt, il partito scelse il presidente uscente e in carica William Taft, Teddy uscì sbattendo la porta, organizzò un altro partito, strabattè nel successivo novembre il predetto Taft, ma, avendo spaccato l’elettorato repubblicano, fu a propria volta sconfitto dal democratico Woodrow Wilson. Di lì a non molto, comunque, le primarie furono adottate dai partiti USA e diffuse nel tempo a quasi tutti gli oggi cinquanta Stati. Per il vero, una piccola minoranza di questi ha preferito il meccanismo dei caucus, voce che indica ai nostri giorni un differente metodo selettivo. Di seguito, quanto al riguardo scrivo nel mio ‘Americana’ Caucus: ‘Consiglio ristretto’ ‑ secondo Maldwyn Jones ‑ è uno dei sistemi con i quali vengono prescelti i candidati alla Presidenza (l’altro è quello delle ‘primarie’). Il vocabolo, per alcuni, deriverebbe dal tardo greco ‘kaukos’, che significa ‘boccale’, e indicherebbe il fatto che le riunioni così chiamate si svolgevano originariamente nei saloon e nelle bettole. Per altri, risalirebbe alle riunioni dei capi tribù algonchini, in tal modo definite in quella particolare lingua. Sorto nei primi decenni dell’Ottocento e applicato via, via alla selezione politica, il meccanismo in questione è tuttora vigente in alcuni Stati. Il più famoso caucus è quello dello Iowa che, tradizionalmente, inaugura la campagna elettorale interna ai partiti. Nella sostanza si tratta di una riunione ristretta agli attivisti. Occorre ora ricordare come le primarie USA siano, sostanzialmente e sorvolando sulle altre e minori differenziazioni, di due tipi: ‘aperte’ o ‘chiuse’. Al fine di meglio e compiutamente argomentare: negli Stati Uniti il diritto al voto si ha col raggiungimento della maggiore età fissata dal 1971 a diciotto anni. Ma, per esercitare tale diritto occorre iscriversi alle ‘liste elettorali’. Al momento dell’iscrizione, il cittadino può (può) dichiarare quale sia il suo partito di riferimento. Pertanto e in conseguenza, alle primarie ‘aperte’ possono votare tutti i cittadini iscritti alle predette liste senza riguardo al partito preferito. Mentre, per capirci, nelle ‘chiuse’ del ‘partito dell’elefante’, solo quelli che hanno affermato di essere vicini al Gop e nelle democratiche esclusivamente quelli che hanno dichiarato di essere vicini al partito dell’asino. Ultime annotazioni di carattere storico/istituzionale: in campo democratico, le primarie seguono abitualmente per l’attribuzione dei delegati dei singoli Stati ai candidati in lizza il criterio proporzionale; in quello repubblicano, hanno a volte seguito e in parte seguono il sistema ‘winner take all’, in vigore poi a livello nazionale per la scelta dei delegati che eleggeranno il presidente. Così facendo, tutti i delegati dello Stato che in tal modo ha deciso di operare vanno a chi ha vinto per voti popolari e nessuno o una minoranza di poco conto agli sconfitti. Il numero totale dei delegati da eleggere in vista delle Convention è deciso dai partiti mentre la divisione a livello degli Stati è sulla base del numero degli abitanti: più abitanti, più delegati e viceversa. 

(6)             Ho indicato a fianco di ciascuno Stato la data di entrata a far parte dell’Unione. Di tutta evidenza, con riferimento al, per molti, lungo periodo precedente il 1976, gli spostamenti da un partito all’altro sono stati in qualche caso numerosi, ma da non considerarsi all’oggi qualificanti.

(7)             I delegati da eleggere nel giorno (“il primo martedì dopo il primo lunedì del mese di novembre”) delle presidenziali sono cinquecentotrentotto, pari alla somma dei senatori (cento), dei deputati (quattrocentotrentacinque) e dei tre ‘voti elettorali’ che solo nell’occasione spettano a Washington DC. Tranne che nel Maine e nel Nebraska, vengono assegnati col preindicato ‘winner take all’. Per essere eletti a White House occorre conquistarne almeno duecentosettanta, la maggioranza assoluta. La proclamazione ufficiale del presidente eletto si avrà successivamente con la riunione dei delegati eletti nel cosiddetto ‘Collegio presidenziale’.