La situazione in casa democratica

15 giugno 2016

 

E’ vero, Bernie Sanders – anche dopo avere incontrato Hillary Clinton in quel di Washington laddove aveva appena perso l’ultima primaria democratica in programma – non ha affatto deposto le armi e non intende dichiararsi sconfitto.

Punta sull’impossibile più che sull’improbabile.

Punta sui superdelegati che, non essendo obbligati al rispetto di alcun esito elettorale, potrebbero a Filadelfia, in sede di convention, decidere di lasciare in massa il campo dell’ex first lady per passare nel suo.

Non succederà e ne è cosciente.

Resta, peraltro, in gioco per ottenere che nella platform (il programma) del partito le sue istanze, che parecchio successo comunque hanno avuto trovino spazio e collocazione.

Ciò malgrado – malgrado la riluttanza e l’insistenza del ‘socialista’ – nessuno potrà impedire a Hillary Clinton di coronare ufficialmente il suo sogno e di ottenere, prima donna nella storia, la nomination da uno dei due grandi partiti americani.

(Ovviamente, ove si guardi anche ai movimenti politici ‘minori’, le candidature ufficiali femminili si sprecano, la prima risalendo addirittura al 1872 quando le donne non avevano diritto di voto, diritto che fu loro concesso negli USA solo nel 1920).

Invero, qualche nuvola che minaccia il cielo clintoniano deve essere ancora del tutto fugata.

La prima è, naturalmente, quella relativa al cosiddetto ‘emailgate’.

V’è da ritenere, peraltro, che, nella situazione data, l’FBI e gli inquirenti useranno un occhio di riguardo nei confronti della signora.

Non al punto di far finta di nulla, ma insomma.

La seconda nuvola – se ne parlava in un contesto evidentemente diverso all’inizio della campagna elettorale dell’asinello – concerne la (remota? dipende) possibilità che il senatore si proponga infine come terzo indipendente sottraendole spazio e voti sul versante sinistro.

Questo, oggi, soprattutto se le sue attese rispetto al programma fossero totalmente disattese.

La terza è relativa al comportamento che potranno avere in sede di general election gli elettori di Sanders, i quali, per qualche verso, sono quasi antropologicamente diversi da quelli clintoniani.

Giunti come siamo (sono) al termine della cavalcata caucus/primarie cominciata l’1 febbraio in Iowa, quella in queste righe delineata semplificando brutalmente è la situazione.

Mauro della Porta Raffo