2016: la Russia è intervenuta? Una plausibile interpretazione

Il ‘Russiagate’?
L’intervento russo teso a favorire la vittoria di Donald Trump?
Le manovre di Mosca ‘contro’ Hillary Rodham Clinton per farla perdere?
Mette con bella coerenza in discussione tutto questo accettatissimo apparato il professor Igor Pellicciari in un intervento su Formiche.net.
Punto di partenza dell’analisi del docente: nessuno in Russia (come dappertutto) pensava davvero che Trump potesse vincere.
Le azioni messe in atto, quindi e pertanto, tendevano ad indebolire l’ex First Lady portandola ad una vittoria indubbia ma, per così dire, ‘dimezzata’.
Presidente degli Stati Uniti certamente, ma ‘lame duck’ (‘anitra zoppa’).
La ragione?
Secondo tradizione (e logica, aggiungo), i Russi da tempo (direi, da molto tempo) preferiscono avere a che fare con avversari da loro conosciuti delle cui debolezze e pecche possano approfittare.
Chi più noto e sviscerato in ogni possibile specificità a Mosca della Clinton con la quale i Russi hanno a che fare almeno dal 20 gennaio 1993, giorno dell’insediamento del marito Bill?
L’hanno osservata come detto da First Lady, da Senatrice, da perdente nelle Primarie 2008, da Segretario di Stato, da vincente nelle selezioni in vista della nomination 2016…
La sua scontatissima vittoria (nelle segrete stanze) sarebbe stata salutata con favore.
Chi mai – proseguendo nel ragionamento – sapeva politicamente qualcosa di Donald Trump?
Perché volerlo aiutare non avendo dipoi di lui e delle sue idee praticamente nessuna contezza?
Che Mosca non fosse preparata al risultato novembrino 2016 lo si vide subito dato che il Ministero degli Esteri russo si dette per ogni dove alla ricerca di ‘esperti trumpiani’.
Una analisi intelligente e condivisibile quella proposta da Pellicciari.
Aggiungo due annotazioni.
La prima: nel mondo nessuno tiene nel dovuto conto che negli Stati Uniti le Presidenziali sono più spesso vinte dai repubblicani che infatti, a far luogo dal primo confronto diretto del 1856, hanno governato ben ventiquattro anni di più.
La seconda: che nessuno considera il sistema di voto in uso che prevede il voto popolare prevalere negli Stati (nei singoli Stati), non contando nulla quello nazionale.
Ripeto fino alla nausea che vincere in California (laddove si conquista il maggior numero di Grandi Elettori: cinquantacinque) per milioni di suffragi, come fatto da Hillary Clinton, o con uno soltanto porta allo stesso risultato: la conquista per via del ‘winner takes all method’ di tutti gli eligendi.
Si vince Stato per Stato.
Qualcuno (anche a Mosca) lo capirà?